Live for the clicks. Click for your life.
In diretta sul suo blog, una celebre video-blogger del deep web apre una "mystery box" che si rivela una trappola: ha trenta minuti per confessare in webcam il segreto mortale che nasconde da due anni, mentre i suoi follower votano se debba vivere o morire.
Nora, ventidue anni, è diventata famosa in rete grazie a un video virale e oggi gestisce un blog molto seguito sui segreti del deep web. Durante una diretta riceve alla porta una delle celebri "mystery box" comprate sui mercati neri della rete. Spinta dai follower, la apre in streaming e trova solo giornali arrotolati e una chiavetta USB. Nel video contenuto nella chiavetta, una voce meccanica la avverte: la scatola è ricoperta di un agente nervino che la ucciderà entro trenta minuti. Per ottenere l'antidoto dovrà confessare, davanti a tutti, qual è il suo coinvolgimento nella Bluebird Challenge e nella scomparsa del suo amico Rashad, coprotagonista del video che l'ha resa famosa.
Mentre il conto alla rovescia scorre e il veleno inizia a farle effetto, Nora ammette di aver contribuito, insieme a Rashad, a ideare e diffondere la sfida virale che ha portato alla morte di molti ragazzi, tutto per guadagnare visualizzazioni. Ma la confessione non basta. La voce annuncia che saranno i suoi follower, con un ultimo sondaggio, a fare da giuria e a decidere se merita di vivere o di morire. Nora li supplica di salvarla. La maggioranza vota per la sua condanna.
Il cortometraggio si apre con un breve riepilogo che raccorda CLICKBAIT alla storia precedente: nel suo video blog, Nora ricorda che oggi ricorre il secondo anniversario della morte di Rashad Ahmed e racconta ai suoi spettatori come sia diventata una blogger famosa legata al deep web. Chiede ai follower di cosa parlare nel prossimo video: dai commenti arriva la proposta delle mystery box. Nora accetta e annuncia, con un sorriso, che votando i sondaggi "avranno il potere di controllare la sua vita". Non sa quanto quella frase sia vicina alla verità.
La diretta comincia. Qualcuno ha suonato alla porta: Nora mostra la scatola lasciata sull'uscio e la porta dentro, notando che è più leggera del previsto. Sulla superficie c'è una strana polvere bianca. Lancia un sondaggio, aprire o no, e la risposta è ovvia: sì. Con un taglierino apre la scatola e la trova piena di giornali arrotolati. Capisce di essere stata truffata. Ma sul fondo c'è una chiavetta USB. Nuovo sondaggio, inserirla o no nel computer: di nuovo, sì.
Nella chiavetta c'è un solo video. Una voce meccanica annuncia che la scatola era ricoperta di un agente nervino che la ucciderà entro trenta minuti. Se vuole l'antidoto, dovrà confessare cosa è accaduto a Rashad; troverà maggiori informazioni negli articoli dentro la scatola. Sullo schermo compare un conto alla rovescia di trenta minuti. Nora è disperata, urla, e il veleno comincia a provocarle spasmi muscolari. Nei commenti, i follower la incitano a confessare.
Prende gli articoli: sul retro, tutti, riportano la stessa parola, "Confess". Parlano di ragazzi morti dopo aver partecipato alla Bluebird Challenge. Nora piange. Ogni minuto che passa sta peggio. Alla fine cede e confessa: la Bluebird Challenge era nata da lei e da Rashad per ottenere visualizzazioni. Poiché il loro progetto stava fallendo, avevano deciso di adescare giovani sui social e convincerli a partecipare alla sfida, rendendola popolare e diffondendola in più paesi. Il loro video era diventato virale, ma la sfida aveva causato molte morti. Tutto questo, per qualche visualizzazione. Il senso di colpa aveva spinto Rashad al suicidio.
Dopo la confessione, Nora grida di essere pentita. Ma sullo schermo compare una videochiamata. La voce meccanica spiega che le sue azioni, portando la Bluebird Challenge alla ribalta, hanno acceso i riflettori sul deep web, scatenando una caccia alle organizzazioni criminali della rete e la chiusura di diversi siti. Ha confessato la sua colpa, ma non basta. Saranno i suoi follower il gran giurì: un ultimo sondaggio deciderà se merita di vivere o di morire. Nora posa il computer a terra e, tra gli spasmi, implora i suoi spettatori di salvarla. La maggioranza vota per la sua morte. Il conto alla rovescia arriva a dieci secondi, le luci si spengono, si sentono le sue urla e il rumore della porta che si apre. Nora striscia verso il computer, ma allo scoccare dello zero lo schermo si chiude.
CLICKBAIT è il sequel di BLUE (2018), cortometraggio scritto e diretto da Massimiliano Folgheraiter. Girato con il linguaggio del found footage, BLUE ricostruisce l'ascesa della "Bluebird Challenge", il fenomeno social che nel 2016 spinge i partecipanti a completare per cinquanta giorni prove sempre più estreme, seguendo il percorso di Veronica Cartwright. È un film sulla dipendenza dai social e sulla violenza emulativa, dove la paura nasce dal riconoscimento degli strumenti di ogni giorno: il telefono, lo scroll, la chat, che diventano stretti, ostili, fatali. Nel finale, però, il filmato si smaschera: Veronica ha inscenato tutto. Un ragazzo compare sullo schermo e la interrompe per dirle che devono sistemare alcuni errori nelle riprese. Quel ragazzo è Rashad.
CLICKBAIT ne raccoglie l'eredità due anni dopo. Nora è la ragazza che dava il volto a Veronica Cartwright, diventata una video-blogger celebre proprio grazie a quel filmato; Rashad è il ragazzo apparso in coda a BLUE, il complice con cui aveva costruito e diffuso la messinscena. La resa dei conti del nuovo film riporta a galla proprio ciò che quella rivelazione aveva soltanto lasciato intuire. Il cortometraggio funziona anche da solo, ma per chi ha visto BLUE chiude un cerchio.
CLICKBAIT nasce da una mitologia contemporanea: quella del deep web e delle sue leggende. Nell'immaginario della rete il World Wide Web è diviso in livelli. I primi, indicizzati e accessibili, sono la superficie che tutti conosciamo. Sotto, il quarto livello, il "Deep Web", raccoglie materiali nascosti e proibiti; il quinto, il "Charter Web", ospiterebbe i mercati neri gestiti dalla criminalità organizzata. È da qui che nasce la moda delle "mystery box", le scatole misteriose comprate sui mercati neri e aperte in diretta dai video-blogger: un fenomeno reso virale proprio dai titoli acchiappa-clic, al punto che diversi blogger hanno finito per confezionare da soli le scatole, pur di alimentare l'attenzione. Il film si innesta su questo immaginario e lo rivolta contro la sua protagonista.
CLICKBAIT lavora su pochi nuclei, tutti figli della nostra vita in rete.
L'economia dell'attenzione. Il valore di una vita ridotto a visualizzazioni: fin dove si è disposti a spingersi per qualche clic.
Colpa e confessione. La responsabilità delle azioni compiute online e il prezzo, reale, di conseguenze che si credevano virtuali.
Il pubblico come giuria. La folla della rete che incita, giudica e condanna: la giustizia sommaria trasformata in sondaggio.
La complicità dello spettatore. Guardando, votiamo anche noi. Il film mette chi guarda nella stessa posizione dei follower.
Le sfide virali e il loro danno. La leggenda del deep web come specchio di fenomeni reali che hanno trasformato l'autolesionismo in contenuto.
CLICKBAIT si presenta come un filmato recuperato: la registrazione di una diretta finita male, restituita allo spettatore così com'era. È il linguaggio del found footage, lo stesso di BLUE, e qui serve a togliere ogni distanza di sicurezza. Non stiamo guardando un film, stiamo guardando qualcosa che è successo. L'azione si concentra in un'unica stanza e in un unico blocco di tempo, i trenta minuti del conto alla rovescia, quasi in tempo reale.
La cinepresa resta con Nora, dentro il suo spazio e la sua diretta: il volto, il computer, la scatola, gli articoli. La dimensione online, i commenti che scorrono, i sondaggi, il video della chiavetta, entra nel racconto come materiale che Nora e noi guardiamo insieme, senza però ridurre il film a una schermata: contano il corpo, il panico fisico, la stanza che si stringe intorno a lei. La luce fredda dell'ambiente e dei dispositivi, il rosso del "live" e del countdown come unico colore che pulsa, il silenzio rotto dalle notifiche.
La scelta più radicale è coinvolgere lo spettatore. La chat che incita, i sondaggi che condannano: chi guarda è messo nella stessa posizione dei follower e, alla fine, davanti alla stessa domanda. Il film non assolve nessuno, e meno di tutti chi sta a guardare.
Nora (22). Video-blogger famosa, sicura di sé e abituata a controllare la propria immagine, diventata celebre proprio grazie a BLUE. Nel giro di trenta minuti passa da padrona della scena a imputata di un processo che non può vincere. È complice e vittima insieme: la sua confessione è il cuore del film.
La Voce. Il carnefice invisibile, una voce meccanica che orchestra la diretta. Non un mostro, ma l'esecutore di una vendetta che si presenta come giustizia. Non si vede mai, e per questo è ovunque.
I follower. Il vero personaggio collettivo del film. Incitano, commentano, votano. Sono il coro e il tribunale, e la loro presenza fa dello spettatore un partecipante.
Rashad Ahmed. Non compare in scena, ma è l'ombra su tutta la vicenda: il ragazzo apparso alla fine di BLUE, il complice con cui Nora aveva inscenato e diffuso la Bluebird Challenge, morto poi suicida. La confessione riporta a galla la sua storia.
Cortometraggio di finzione
Thriller, horror, found footage
10 minuti
Inglese
2019
Sceneggiatura completa, in cerca di produzione
© 2019 Massimiliano Folgheraiter
CLICKBAIT è un thriller morale sotto forma di horror: non celebra la violenza online, la mette in scena per interrogarla. La sfida virale che fa da sfondo è dichiaratamente immaginaria e il film prende posizione contro le dinamiche che racconta, dal clickbait alla giustizia sommaria della rete.
Destinazione. Per formato e tema, CLICKBAIT guarda al circuito dei festival di genere, thriller e horror, e alle sezioni dedicate al cinema digitale e all'horror tecnologico, oltre alle piattaforme online, habitat naturale di un film che parla la lingua della rete. Il pubblico di riferimento è young adult e nativo digitale, lo stesso che nel film si trova, letteralmente, dall'altra parte dello schermo.
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