Don't limit your challenges. Challenge your limits.
Un filmato recuperato dal deep web ricostruisce i cinquanta giorni della "Bluebird Challenge" di Veronica, una ragazza trascinata in una sfida virale sempre più estrema. Fino a un finale che rovescia tutto ciò che abbiamo visto.
Maggio 2016. Un fenomeno dei social noto come "Bluebird Challenge" si diffonde da un paese all'altro: una serie di prove assegnate a giovani giocatori da amministratori chiamati "birds", nell'arco di cinquanta giorni, all'inizio innocue e poi sempre più estreme. BLUE si presenta come il filmato, recuperato in un angolo remoto del deep web, in cui Veronica Cartwright, diciannove anni, aspirante attrice, documenta giorno per giorno la propria partecipazione alla sfida. Con il passare dei giorni le immagini registrano l'escalation della sfida e quello che sembra il suo cedimento. Ma quando arriva l'ultima prova, un ribaltamento improvviso svela la verità su tutto ciò che abbiamo visto, e sul perché sia stato girato.
Un prologo introduce il contesto. Nel maggio 2016 un fenomeno dei social, la "Bluebird Challenge", si diffonde da un paese all'altro. Il gioco consiste in una sequenza di prove assegnate ai giovani partecipanti da amministratori chiamati "birds", lungo un percorso di cinquanta giorni: dapprima innocue, le prove scivolano gradualmente nell'autolesionismo, fino a una prova finale autodistruttiva. A ogni tappa la vittima deve inviare un video come prova. Nonostante non risultino casi confermati, molti dei video collegati al gioco vengono in seguito ricondotti a tentativi di creare contenuti virali e guadagnare visualizzazioni. Il filmato che stiamo per vedere, spiega il prologo, è stato ritrovato in una zona remota della rete, il deep web.
Da qui il film assume la forma del found footage: giorno dopo giorno, Veronica riprende sé stessa mentre porta a termine le prove assegnate. Le registrazioni si fanno sempre più cupe, in un crescendo che sembra il racconto di un crollo interiore. È un materiale disturbante proprio perché fatto degli strumenti di tutti i giorni: il telefono, la stanza, la webcam, la notte.
Si arriva così all'ultima prova, quella che dovrebbe chiudere la sfida. Ma proprio mentre Veronica è sul punto di compierla, l'immagine attorno a lei svanisce: la ragazza è in piedi davanti a un green screen. Nel campo entra Rashad, che si lamenta di alcuni problemi tecnici con la scenografia digitale. Dalla loro conversazione lo spettatore capisce la verità: tutto ciò che ha visto era inscenato, girato per un film di finzione. Il contatore dei giorni torna indietro fino al "Giorno 1", subito prima dell'inizio del film, e mostra i due amici mentre discutono di come costruire un video capace di diventare virale in rete. Rashad esce dall'inquadratura, Veronica si siede alla scrivania e ripete, ancora una volta, la sua frase d'apertura: "My name is Veronica Cartwright and this is Day 1 of my Bluebird Challenge".
BLUE usa il linguaggio del found footage per abolire ogni distanza di sicurezza. Non guardiamo un film: guardiamo un filmato che qualcuno ha girato e che è stato ritrovato. La paura nasce dal riconoscimento degli strumenti quotidiani, il telefono, lo scroll, la chat, la webcam, che diventano stretti, ostili, fatali. Per gran parte della durata il patto con lo spettatore è quello del documento autentico.
È su questo patto che il film gioca la sua carta più importante. Il ribaltamento finale, il green screen che si scopre, l'ingresso di Rashad, il contatore che torna al Giorno 1, non è un semplice colpo di scena: è la tesi del film. Ciò che credevamo reale era prodotto, e prodotto per una ragione precisa, diventare virale. BLUE mette così lo spettatore di fronte alla propria complicità di sguardo e alla facilità con cui il dolore, vero o simulato, diventa contenuto.
La dipendenza dai social. Gli strumenti che usiamo ogni giorno come luogo di una progressiva perdita di sé.
La violenza emulativa. Le sfide che si propagano per imitazione e la loro presa sui più fragili.
La fabbricazione del virale. Il dolore trasformato in contenuto, il clickbait come motore, la messinscena spacciata per verità.
Il confine tra realtà e finzione. Il found footage e il suo smascheramento: quanto di ciò che vediamo online è autentico, e quanto è costruito per essere guardato.
Veronica Cartwright (19). Aspirante attrice, iscritta a un corso di recitazione nel Regno Unito. È lei a riprendere la propria "Bluebird Challenge": il volto e la voce attraverso cui il film costruisce, e poi smonta, la propria illusione di autenticità.
Rashad Ahmed (20). Studente di cinema nella stessa università di Veronica. Compare soltanto alla fine, ed è la sua entrata in scena a rivelare che tutto era inscenato: il complice con cui Veronica ha costruito il video destinato a diventare virale.
Le musiche originali sono composte da Massimiliano Folgheraiter. Il tema del film è Bluebird's Theme.
La storia di BLUE prosegue nel cortometraggio CLICKBAIT, ambientato due anni dopo. La protagonista, diventata una famosa video-blogger proprio grazie al filmato virale, viene raggiunta dalle conseguenze di ciò che quella messinscena aveva contribuito a diffondere. Il finale rivelatore di BLUE, con l'ingresso del complice nel campo, è il punto da cui CLICKBAIT riparte.
Cortometraggio di finzione
Thriller psicologico, found footage
Inglese
2018
Realizzato e selezionato nel circuito festivaliero
© 2018 Massimiliano Folgheraiter
BLUE affronta il tema dell'autolesionismo e delle sfide virali come oggetto di critica, non di spettacolo: il film non mostra né incoraggia comportamenti dannosi, e il suo stesso finale smonta la challenge rivelandola come una messinscena costruita per ottenere visualizzazioni. È un'opera sulla fabbricazione del virale e sulla violenza emulativa, non un suo veicolo.











