Dietro una catasta di alberi caduti, una voce.
Costretto a tornare nel suo paese di montagna durante il lockdown, un ventenne ritrova il bosco della sua infanzia raso al suolo dalla tempesta Vaia. Una catasta di alberi caduti gli sbarra il sentiero. Dall'altra parte c'è la voce di una ragazza che lui non riesce a vedere. Per guardarla finalmente in volto dovrà smontare, tronco dopo tronco, l'unica barriera che gli ha dato il coraggio di farsi conoscere.
La pandemia costringe Elia, vent'anni, a rientrare nel piccolo paese di montagna che credeva di aver lasciato per sempre. Tornare a vivere con i genitori, in un luogo che sente troppo stretto per i suoi sogni, è una sconfitta. Per sfuggire alla tensione di casa cerca rifugio nel bosco dell'infanzia. Lo trova sfigurato: la tempesta Vaia lo ha raso al suolo. Mentre risale il vecchio sentiero, una catasta di tronchi gli blocca la strada e dall'altra parte una voce lo chiama. È Margherita. Lui non riesce a vederla, se non a frammenti, tra i rami. Insieme decidono di liberare il sentiero, e prendono l'abitudine di incontrarsi ogni giorno alla catasta. Più la barriera si abbassa, più Elia si apre. Ma togliere l'ultimo tronco vuol dire anche far cadere ciò che lo proteggeva, e scoprire chi, o cosa, sia davvero Margherita.
Marzo 2020. Lo scoppio della pandemia interrompe gli studi di Elia e lo riporta in Italia dopo tre anni, nel paesino di montagna in cui è cresciuto. Per lui è una resa. Ha sempre immaginato per sé orizzonti più larghi di quelli che la sua terra può offrire. La convivenza forzata con i genitori riapre vecchi dissapori, perché entrambe le parti si sentono private dell'indipendenza conquistata negli anni di lontananza. Le giornate chiuse in casa diventano in fretta una gabbia.
Spinto dalla voglia di evadere, Elia fa l'unica cosa che il lockdown gli concede: esce a camminare. Si dirige verso il bosco vicino, il luogo che fin da bambino ha considerato un rifugio sicuro. Al limitare degli alberi, però, lo aspetta uno shock. Il bosco che conosceva non esiste più. Due anni prima la tempesta Vaia ne ha sradicato intere porzioni, cambiando per sempre il volto della foresta.
Elia si inoltra nella devastazione e segue ciò che resta del vecchio sentiero, quello che un tempo collegava il bosco al paese vicino. A un certo punto il cammino si interrompe di colpo: una lunga catasta di alberi e rami ostruisce il passaggio. Sta per tornare sui suoi passi quando, dall'altra parte, una voce lo chiama. Tra i tronchi riesce a distinguere solo qualche dettaglio, una sagoma, un gesto, un riflesso di luce. La ragazza dice di chiamarsi Margherita.
Margherita gli parla delle condizioni in cui versa la foresta e gli chiede aiuto per liberare il sentiero dalla catasta, una cosa che da sola non riesce a fare. Elia accetta. In quella richiesta vede uno stimolo nuovo, un appiglio. Propone di trovarsi lì ogni giorno per portare avanti, insieme, questa piccola impresa di risanamento del bosco.
Per settimane i due si ritrovano alla catasta. Il lavoro è lento e faticoso, ma Elia approfitta di quei momenti per parlare. Del rapporto difficile con i genitori, delle sue prospettive, di tutto quello che a casa non riesce a dire. In Margherita trova un'ascoltatrice attenta, e l'appuntamento del pomeriggio diventa il momento più atteso della sua giornata. La barriera che li separa, paradossalmente, gli dà il coraggio di mostrarsi. Protetto da quei tronchi, Elia si apre come non ha mai fatto con nessuno. A ogni tronco rimosso scopre un dettaglio in più del volto di lei, e cresce la voglia di vederla per intero.
Un pomeriggio Elia si addormenta e sogna il bosco in fiamme. Si sveglia di soprassalto e si accorge di aver mancato l'ora dell'appuntamento. Corre alla catasta, ma Margherita non c'è. Manca poco lavoro alla liberazione del sentiero e, mosso da un'urgenza che fatica a spiegarsi, decide di proseguire da solo. Quando rimuove anche l'ultimo tronco, qualcosa lo agita. Comunicare attraverso una barriera gli aveva dato il coraggio di aprirsi. Ora che quell'ostacolo è caduto, e con esso la protezione, sente svanire le proprie difese.
In quel momento la vede arrivare in lontananza. Per la prima volta, mentre Margherita si avvicina, il sentiero è sgombro e non c'è più niente a separarli. Lei si ferma davanti a lui. Elia la vede finalmente intera. In quello sguardo riconosce ciò che fino a quel momento aveva soltanto intuito a frammenti: il bosco che ha guarito, la ragazza che ha imparato a guardare davvero, e una parte di sé che credeva perduta. Si guardano.
Margherita lavora su pochi temi, tenuti stretti, che si fanno eco a vicenda.
Il ritorno come sconfitta, e come occasione. L'origine che credevamo di aver superato torna a reclamarci. E proprio dentro quella costrizione si apre una possibilità.
La natura ferita e la cura. Vaia non è uno sfondo, è un personaggio. Il lutto per il bosco fa da specchio al lutto interiore del protagonista, e prendersi cura della foresta diventa il modo per prendersi cura di sé.
Lo sguardo. Tutto il film costruisce un desiderio, quello di vedere l'altro per intero. In fondo è un film su cosa significa, davvero, guardarsi.
La barriera che protegge e imprigiona. L'ostacolo che ci separa dagli altri è spesso anche ciò dietro cui troviamo il coraggio di esistere. Liberarsene è insieme una conquista e una perdita.
Isolamento e riconnessione. Il 2020 come momento storico preciso. Una generazione tornata a casa, abituata a comunicare attraverso schermi e distanze, che riscopre il bisogno dell'altro.
L'idea di regia coincide con l'idea del film. Per quasi tutta la sua durata non vediamo mai Margherita per intero. La macchina lavora per frammenti: campi e controcampi attraverso i tronchi, il dettaglio di una mano, di un occhio, una sagoma fuori fuoco dietro i rami. Lo spettatore desidera vedere Margherita esattamente quanto la desidera Elia. Il film, invece di darlo per scontato, costruisce lo sguardo, e tiene quel desiderio in sospeso fino all'ultima inquadratura.
La fotografia parte da una palette fredda e desaturata, autunnale e invernale, come il ritorno e come la devastazione. Vira poi verso il verde della vita man mano che il sentiero si libera, fino al respiro pieno del finale. Il bosco di Vaia, con le radici scoperte e i tronchi rovesciati come fiammiferi, è già di per sé una scenografia naturale di enorme forza. Va usata così com'è, senza addomesticarla.
Il suono è il secondo personaggio. Il vento, che è poi la memoria sonora di Vaia, abita la foresta. La voce di Margherita arriva prima del suo volto e diventa il filo che tiene insieme le scene. Il lavoro fisico di rimozione dei tronchi scandisce il tempo del racconto e misura l'avvicinamento dei due: ogni sforzo del corpo è un passo emotivo. Il realismo magico resta trattenuto, mai esibito. Nessun effetto, nessuna spiegazione, soltanto un'ambiguità coltivata con cura.
Elia, circa 20 anni. Tornato dagli studi all'estero, orgoglioso e irrequieto, vive il rientro come un fallimento. In casa è sulla difensiva, e si lascia andare solo nel bosco, al riparo della barriera. Il suo percorso è imparare a guardare, l'altro, la sua terra, se stesso, senza scappare.
Margherita. La presenza dall'altra parte della catasta. Calma, radicata, capace di ascolto. La sua identità resta sospesa tra la ragazza del paese vicino e la voce della foresta. È il catalizzatore silenzioso della trasformazione di Elia.
I genitori. Le figure del paese e dell'origine, di quella terra che a Elia non basta. Non sono antagonisti, sono lo specchio di ciò da cui lui crede di voler fuggire.
Cortometraggio di finzione
Dramma, coming-of-age, realismo magico
12-15 minuti
Italia, Trentino
Soggetto, in cerca di produzione
2026
© 2026 Massimiliano Folgheraiter
Il finale resta volutamente aperto a due letture, nessuna delle quali viene mai dichiarata. Margherita può essere una ragazza reale del paese accanto, e allora il film racconta un primo incontro nato nell'isolamento. Oppure può essere la voce stessa della foresta ferita, che chiede di essere vista e curata. Il nome, il fiore che ricresce sul terreno sconvolto, e il fatto che lei non riesca a liberare il sentiero da sola alimentano la seconda lettura senza mai imporla. È questa doppiezza, più di un colpo di scena, la vera cifra del film.
La tempesta Vaia, tra il 28 e il 29 ottobre 2018, ha abbattuto circa 14 milioni di alberi su oltre 41.000 ettari tra Trentino, Veneto e Friuli, con raffiche oltre i 200 km orari. È una delle più gravi catastrofi forestali nella storia recente delle Alpi, una ferita ancora aperta che il cinema di finzione ha raccontato pochissimo. Margherita la mette al centro non come documentario, ma come emozione: il paesaggio del lutto climatico diventa il luogo di un risanamento intimo.
Allo stesso tempo il film fissa con precisione un momento collettivo: la primavera del 2020, una generazione costretta a tornare a casa, la comunicazione filtrata da barriere e distanze. Una storia datata con esattezza e insieme universale, fatta di isolamento e di bisogno di riconnettersi.
Destinazione e sviluppo. Il progetto è pensato per il circuito dei festival di cortometraggio, italiani e internazionali, con un occhio alle sezioni dedicate ad ambiente e clima, al cinema di montagna e ai nuovi autori. La forza delle immagini e l'attualità del tema lo rendono adatto anche a iniziative di sensibilizzazione e a collaborazioni con enti del territorio. Il mondo narrativo, infine, ha il respiro per essere sviluppato in un formato più ampio.
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